A novembre il suo cuore funzionava. La frazione d'eiezione — la percentuale di sangue che il ventricolo sinistro espelle a ogni battito — sfiorava il 70%, un valore che molti ventricoli sani vorrebbero. La valvola mitrale lasciava tornare indietro appena un filo di sangue, un rigurgito lieve, di quelli che si annotano e si dimenticano. La pressione nelle arterie polmonari era normale. Niente, in quell'ecocardiogramma, lasciava presagire ciò che ho visto sei mesi dopo.

Il primo giugno, davanti a me, c'era la stessa persona e un cuore irriconoscibile. La stessa valvola mitrale ora lasciava rifluire fiotti di sangue a ogni sistole — un'insufficienza severa, la più grave delle quattro categorie. Il ventricolo si era dilatato. L'atrio sinistro si era gonfiato. La pressione polmonare era più che raddoppiata. Eppure la frazione d'eiezione era rimasta lì, intorno al 65-70%. Il «pompare» sembrava ancora a posto.

È questo il punto da cui voglio partire, perché racchiude la lezione di tutto il caso: la valvola non si è rotta. È rimasta, anatomicamente, la valvola di sempre. È il ventricolo intorno a lei che è cambiato — e cambiando l'ha trascinata ad aprirsi. Quello che racconto qui è come un singolo infarto, in un punto preciso, possa trasformare una mitrale competente in una mitrale gravemente insufficiente senza toccarne i lembi; e come, intrecciandosi con un'anemia severa, finisca per riversarsi anche sui polmoni. È un caso clinico vero, anonimizzato. Il rigore è quello di sempre.

La paziente

La paziente che mi siede davanti ha 69 anni e una storia cardiologica che parte da lontano. Ex fumatrice di pesante calibro — quaranta, sessanta sigarette al giorno fino ai 62 anni — ipertesa, diabetica di tipo 2, con un assetto lipidico sfavorevole e un lieve sovrappeso. La familiarità è eloquente: una madre morta di emorragia cerebrale, un fratello iperteso e infartuato, già operato di bypass. Sono i mattoni classici dell'aterosclerosi coronarica, e nel suo caso hanno costruito presto.

Nel 2018 il primo evento maggiore: un infarto miocardico con sopraslivellamento del tratto ST — uno STEMI — di sede anteriore. La coronarografia di allora descrive una malattia coronarica critica dei tre vasi. Sull'arteria discendente anteriore — la DA, il vaso che irrora la parete anteriore e gran parte del setto — vennero impiantati due stent medicati, uno nel tratto medio e uno nel tratto distale; un terzo stent fu posizionato sul ramo marginale del circonflesso. C'era però un dettaglio destinato a contare: la coronaria destra (Cdx) era cronicamente occlusa — un'occlusione totale cronica, vecchia, che non venne trattata.

Schema del circolo coronarico (2018): tre stent su discendente anteriore e circonflesso, coronaria destra occlusa cronica e circolo collaterale dalla discendente anteriore verso il territorio inferiore.

Perché non trattarla, e perché quell'infarto anteriore non si era accompagnato a un danno della parete inferiore — il territorio che la coronaria destra normalmente nutre? La risposta sta in un meccanismo di compenso elegante: il circolo collaterale. Quando un'arteria si chiude lentamente, nel tempo, il cuore costruisce piccoli vasi-ponte che portano sangue dal territorio sano a quello a rischio. Nel suo caso, la discendente anteriore aveva imparato a rifornire, attraverso questi ponti, anche la parete inferiore di pertinenza della coronaria destra occlusa. La parete inferiore era viva perché la DA, in pratica, la teneva in vita per conto terzi. È un equilibrio funzionante, ma precario: appende un intero territorio alla buona salute di un altro vaso.

Sul piano sistemico, dal 2021 convive con una malattia del sangue tutt'altro che banale: una sindrome mielodisplastica con eccesso di blasti — una patologia del midollo osseo che produce cellule del sangue in modo difettoso e in quantità insufficiente. È un dettaglio che terrò sullo sfondo per buona parte del racconto, ma che alla fine si rivelerà decisivo: è il filo che lega l'anemia, l'ipertensione polmonare e — soprattutto — ciò che si è potuto e non si è potuto fare.

Per anni, comunque, il cuore ha tenuto. Una scintigrafia miocardica del 2020 — l'esame che fotografa la perfusione del muscolo sotto sforzo — era risultata negativa per ischemia inducibile, con una funzione ventricolare addirittura brillante (frazione d'eiezione superiore al 75%).

Scintigrafia miocardica del 2020: perfusione conservata, esame negativo per ischemia inducibile, frazione d'eiezione superiore al 75%.

Vale la pena fermarsi un istante sulla cronologia, perché è la chiave di lettura dell'intera vicenda: un equilibrio costruito in otto anni, e smontato in poche settimane.

Linea del tempo: STEMI anteriore e stent nel 2018, scintigrafia negativa nel 2020, ecocardiogramma normale nel novembre 2025, infarto inferiore l'11 maggio 2026, insufficienza mitralica funzionale severa e PAPS 60 mmHg il 1 giugno 2026.

Novembre 2025: un cuore che reggeva

L'ecocardiogramma del 28 novembre 2025 è la fotografia di un cuore che, nonostante la storia, regge bene. Il ventricolo sinistro ha dimensioni normali — il diametro telediastolico, cioè la larghezza della cavità a fine riempimento, misura 44 millimetri — e pareti di spessore normale. La funzione contrattile è conservata sia globalmente sia segmento per segmento: nessuna zona della parete si muove meno delle altre. La frazione d'eiezione è intorno al 70%.

Ecocardiogramma del 28 novembre 2025, asse lungo parasternale: ventricolo sinistro di dimensioni normali, diametro telediastolico 44 mm, pareti normali.

C'è una disfunzione diastolica di primo grado — il ventricolo, cioè, è un poco rigido e si riempie con qualche difficoltà — ma le pressioni di riempimento restano normali. È un reperto comune in una donna anziana, ipertesa e diabetica, e di per sé non preoccupa.

La valvola mitrale lascia passare all'indietro un filo di sangue: un rigurgito lieve, di grado 1 su 4. È la quantità che si ritrova in moltissimi cuori sani e che, da sola, non ha alcun significato clinico. I lembi si chiudono, la tenuta è sostanzialmente buona.

Color-Doppler del 28 novembre 2025: rigurgito mitralico lieve (1/4), getto piccolo.

L'atrio sinistro ha dimensioni normali. Per completezza: si notava uno scollamento dei foglietti del pericardio lungo la parete laterale-diaframmatica del ventricolo destro, con grasso e materiale organizzato, privo di qualsiasi significato emodinamico — uno di quei reperti che vanno riconosciuti proprio per non allarmare. Tutto il resto era nei limiti.

Resta un parametro, e mi ci soffermo perché diventerà il termine di paragone più eloquente di tutta la storia: la pressione nelle arterie polmonari. Come si misura, all'ecocardiogramma, senza entrare nel cuore con un catetere? Si sfrutta un piccolo rigurgito che quasi tutti abbiamo sulla valvola tricuspide — la valvola fra atrio e ventricolo destro. La velocità con cui quel sangue torna indietro racconta la differenza di pressione fra ventricolo e atrio destro; da lì, con un'equazione semplice, si risale alla pressione sistolica polmonare (la PAPS). A novembre quella velocità era di 2,22 metri al secondo: una pressione del tutto normale, intorno ai 25 mmHg.

Doppler continuo del rigurgito tricuspidalico del 28 novembre 2025: velocità di picco 2,22 m/s, gradiente 19,7 mmHg, PAPS stimata circa 25 mmHg.

Un dettaglio, però, stonava con la calma del quadro ecocardiografico: l'elettrocardiogramma mostrava una tachicardia sinusale a 115 battiti al minuto. Un cuore a riposo non corre così, a meno che qualcosa non lo costringa. Quel qualcosa era l'anemia — già allora l'emoglobina era bassa, 9,7 g/dl — che obbliga il cuore ad accelerare per consegnare ai tessuti l'ossigeno che un sangue impoverito non riesce a trasportare. Era il primo, sommesso segnale che il sistema stava già lavorando sotto sforzo.

Per chi vuole vedere com'era fatto questo cuore — competente, con la valvola che chiude — ho ricostruito il quadro di novembre in un modello tridimensionale interattivo. Si può ruotare, ingrandire, mettere in moto il ciclo cardiaco.

L'infarto inferiore: perché proprio lì?

L'11 maggio 2026 la paziente si presenta al pronto soccorso con un nuovo infarto: elettrocardiogramma modificato, troponine — gli enzimi che si alzano quando il muscolo cardiaco muore — in salita. Ma questa volta il danno non è anteriore. È inferiore. E la domanda che il cardiologo deve porsi non è banale: perché proprio la parete inferiore, quella che per anni era stata risparmiata?

Per rispondere bisogna tornare al circolo collaterale. La parete inferiore, ricordiamolo, non riceveva sangue dalla sua arteria naturale — la coronaria destra, occlusa da tempo — ma dalla discendente anteriore, attraverso quei vasi-ponte. Era un territorio «di confine», l'ultima propaggine di una rete di rifornimento che partiva da un altro distretto. E in idraulica, come in fisiologia, il punto più lontano da una sorgente è il primo a soffrire quando la pressione cala.

Immaginiamo ora che uno degli stent sulla discendente anteriore cominci a richiudersi — per una ristenosi o per un trombo che ne rallenta il flusso. La DA non è più la sorgente generosa di prima: il sangue che arriva è meno, e a pressione minore. Il primo territorio a restare a secco non è quello vicino allo stent, ma quello più distante e più dipendente dalla carità altrui: la porzione basale della parete inferiore, il fondo del circolo collaterale. Lì il sangue non arriva più né dalla coronaria destra, chiusa, né ormai dalla discendente anteriore, frenata. È un territorio spremuto da due lati, e infatti è proprio lì che l'ecocardiogramma di giugno mostrerà la cicatrice: un'acinesia — assenza completa di movimento — dei segmenti basale e medio della parete inferiore, segno di una necrosi a tutto spessore.

A peggiorare il conto c'è l'anemia. Un sangue povero di emoglobina trasporta meno ossigeno; in un cuore con coronarie già al limite e un territorio appeso a un filo, basta poco per far precipitare l'equilibrio fra domanda e offerta. L'anemia non è solo una spettatrice: in questo quadro è probabilmente una complice dell'infarto stesso, oltre che — come vedremo — una delle cause dell'ipertensione polmonare.

C'è infine un dato che pesa come un macigno: dopo quell'infarto la paziente è stata dimessa, con firma, senza essere sottoposta a coronarografia. Non per leggerezza, quasi certamente, ma per una ragione che diventerà chiara più avanti — il suo sangue, in quelle settimane, rendeva qualunque procedura invasiva un azzardo.

Da una valvola sana a un rigurgito severo

Arriviamo al cuore del caso, letteralmente. L'ecocardiogramma del primo giugno mostra un'insufficienza mitralica severa, di grado 4 su 4. La quantifico con il metodo della PISA — una tecnica che, misurando come il sangue accelera mentre converge verso il foro di rigurgito, permette di calcolare l'area effettiva di quel foro, l'EROA (la dimensione reale del «buco» da cui il sangue rifluisce). I numeri non lasciano spazio a dubbi: un'EROA di 0,42 cm² — cioè 42 millimetri quadrati — e un volume di rigurgito di quasi 60 millilitri a ogni battito. Sono valori che oltrepassano la soglia della severità. In una valvola degenerata indicherebbero una malattia avanzata dei lembi. Ma qui i lembi sono sani. Allora come si spiega?

Ecocardiogramma del 1 giugno 2026, proiezione apicale: ampio getto di rigurgito mitralico (insufficienza severa 4/4) con quantificazione PISA — EROA 0,42 cm quadrati (42 mm quadrati), volume di rigurgito 59,8 ml, raggio PISA 9,1 mm.

La chiamiamo insufficienza mitralica funzionale, o secondaria, proprio per distinguerla da quella organica. Nell'insufficienza organica è la valvola a essere malata: un lembo che prolassa, una corda che si rompe, un tessuto che si calcifica. Nell'insufficienza funzionale la valvola è innocente, e il colpevole è il ventricolo che la contiene. È esattamente ciò che è successo qui, e il meccanismo è una catena ben precisa.

Schema del circolo vizioso dell'insufficienza mitralica funzionale: infarto inferiore, acinesia, dislocazione del muscolo papillare, tenting dei lembi, rigurgito, sovraccarico e dilatazione di ventricolo e anulus che amplificano il rigurgito.

Seguiamola, anello per anello. L'infarto inchioda la parete inferiore: quel tratto di muscolo non si contrae più e, nei mesi successivi, si rimodella, cambiando la geometria della cavità. Sulla parete inferiore, però, è ancorato uno dei due muscoli papillari — i pilastri muscolari che, attraverso sottili corde tendinee, trattengono i lembi della mitrale impedendo loro di ribaltarsi. Quando la parete inferiore si dilata e si sposta, trascina con sé il muscolo papillare, allontanandolo dalla sua posizione naturale.

Il muscolo papillare dislocato tira le corde, e le corde tirano i lembi verso il basso, verso l'apice del ventricolo. È il fenomeno che chiamiamo tenting — letteralmente «attendamento»: i lembi vengono messi in tensione come la tela di una tenda e non riescono più a incontrarsi sul piano della valvola per chiuderla. Restano leggermente beanti. E una valvola che non chiude lascia rifluire il sangue: ecco il rigurgito.

Qui comincia la parte perversa. Il sangue che torna in atrio a ogni sistole è sangue che il ventricolo dovrà riaccogliere nel battito successivo: è un sovraccarico di volume. Un ventricolo costretto a gestire più sangue del dovuto, battito dopo battito, fa l'unica cosa che può fare — si dilata. E dilatandosi stira l'anello fibroso su cui sono montati i lembi, l'anulus mitralico, che perde la sua forma e la sua capacità di stringersi in sistole. Un anulus dilatato allarga ulteriormente la distanza fra i lembi. La chiusura, già compromessa dal tenting, peggiora ancora. Il rigurgito aumenta. E un rigurgito maggiore significa più sovraccarico, più dilatazione, più stiramento dell'anulus — di nuovo, da capo.

Il gatto che si morde la coda. L'insufficienza mitralica funzionale genera le condizioni che la peggiorano, in un circolo che si autoalimenta: più rigurgito significa più dilatazione, e più dilatazione significa più rigurgito. In cardiologia lo riassumiamo con una formula spietata — «mitral regurgitation begets mitral regurgitation», il rigurgito genera altro rigurgito. È la ragione per cui, quando si forma, tende a non fermarsi da sola.

Sul referto, questa storia si legge in pochi numeri. Il ventricolo, che a novembre misurava 44 millimetri di diametro, ora ne misura quasi 51: si è dilatato, e con lui è cresciuto il volume che contiene a fine riempimento — da 87 a 123 millilitri. L'atrio sinistro, prima normale, è ora dilatato a 41 millimetri — il segno del sovraccarico che si scarica a monte della valvola. Il rigurgito è passato da 1/4 a 4/4.

Ecocardiogramma del 1 giugno 2026, asse lungo parasternale: ventricolo sinistro dilatato, diametro telediastolico 50,8 mm (era 44 mm a novembre), volume telediastolico 122,9 ml.

Confronto novembre 2025 contro 1 giugno 2026: frazione d'eiezione preservata (70% contro 65-70%), diametro ventricolare 44 contro 51 mm, atrio sinistro nei limiti contro 41 mm, insufficienza mitralica 1/4 contro 4/4, EROA trascurabile contro 40 mm quadrati, PAPS 25 contro 60 mmHg.

E qui si nasconde l'inganno più insidioso. La frazione d'eiezione è rimasta intorno al 65-70%: a uno sguardo distratto, il ventricolo «pompa» ancora benissimo. Ma è un'illusione. In un'insufficienza mitralica severa, una parte cospicua del sangue espulso non va in aorta — torna indietro in atrio, lungo la via di minor resistenza. Il ventricolo lavora molto e rende poco: la frazione d'eiezione conservata maschera una funzione reale già intaccata. È uno dei motivi per cui l'insufficienza mitralica funzionale severa va presa sul serio anche quando il «numero della pompa» rassicura.

Anche per il quadro evoluto ho ricostruito un modello tridimensionale interattivo: si vede la parete inferiore acinetica, il muscolo papillare dislocato, i lembi in tenting e l'orifizio che non chiude.

L'ipertensione polmonare: due strade, una pressione

C'è un terzo protagonista comparso fra novembre e giugno: l'ipertensione polmonare. A novembre la pressione sistolica nelle arterie polmonari era normale, intorno ai 25 mmHg. A giugno è salita a 60. Più che raddoppiata. Lo si legge nella stessa misura, ripetuta a sei mesi di distanza: la velocità del rigurgito tricuspidalico — il parametro da cui si risale alla pressione — è passata da 2,22 a 3,62 metri al secondo, con il gradiente fra ventricolo e atrio destro più che triplicato.

Doppler continuo del rigurgito tricuspidalico del 1 giugno 2026: velocità di picco 3,62 m/s, gradiente 52,5 mmHg, PAPS stimata circa 60 mmHg.

Schema delle due cause dell'ipertensione polmonare: anemia severa con stato di alto output e insufficienza mitralica severa con trasmissione retrograda della pressione, che insieme portano la PAPS da 25 a 60 mmHg; in basso la stima della PAPS dalla velocità del rigurgito tricuspidalico.

Due strade diverse convergono su questo risultato, e vale la pena percorrerle entrambe.

La prima parte dal cuore sinistro, ed è la più diretta. L'insufficienza mitralica severa riversa, a ogni sistole, un grosso volume di sangue nell'atrio sinistro. L'atrio si dilata e la sua pressione sale. Ma l'atrio sinistro non è un fondo cieco: a monte ha le vene polmonari, e a monte ancora i capillari e le arterie del polmone. La pressione elevata nell'atrio si trasmette all'indietro, come l'acqua che rigurgita in un tubo otturato a valle: prima nelle vene polmonari, poi nel letto capillare, infine nelle arterie polmonari. È un'ipertensione polmonare cosiddetta post-capillare, «di ritorno»: non nasce nei polmoni, ma vi arriva spinta da un cuore sinistro malato. Il fatto che l'atrio sinistro sia dilatato a 41 millimetri è la prova che quella pressione si sta davvero accumulando.

La seconda strada parte dal sangue, ed è meno intuitiva. L'anemia severa — l'emoglobina a giugno è 7,7 g/dl, contro un valore normale di almeno 12 — riduce la capacità del sangue di trasportare ossigeno. Per consegnare ai tessuti la stessa quantità di ossigeno con un sangue impoverito, il cuore ha una sola strategia: aumentare la portata, pompare più litri al minuto. È ciò che chiamiamo uno stato di alto output, o circolazione iperdinamica — la stessa ragione per cui, già a novembre, il cuore correva a 115 battiti. Ma più sangue al minuto attraverso il cuore significa più sangue al minuto attraverso i polmoni; e la pressione, in un circuito, segue il flusso. Anche a resistenze normali, un flusso polmonare aumentato fa salire la pressione. L'anemia, insomma, gonfia la pressione polmonare per via del troppo flusso, non del troppo ostacolo.

In questa paziente le due strade si sommano. La principale, di gran lunga, è l'insufficienza mitralica severa di recente comparsa; l'anemia aggravata aggiunge la sua quota di flusso. Non è un caso che a novembre, quando la valvola teneva, la sola anemia — allora meno grave — non bastasse a sollevare la pressione polmonare: serviva il contributo del cuore sinistro perché la PAPS schizzasse a 60.

Il vincolo: una malattia del sangue che proibisce la cura

A questo punto la conclusione clinica parrebbe ovvia: si interviene. Si riapre la coronaria, si ripara o si sostituisce la valvola. È qui che il caso prende la sua piega più amara, e che la malattia del sangue tenuta sullo sfondo torna al centro.

La sindrome mielodisplastica è precipitata. Agli esami del primo giugno il quadro è di pancitopenia severa: l'emoglobina è 7,7 g/dl, ma soprattutto le piastrine — le cellule che fermano le emorragie — sono crollate a 4.500 per microlitro, contro un minimo normale di 150.000, e i globuli bianchi neutrofili, le sentinelle contro le infezioni, sono praticamente assenti. La paziente è in attesa di una trasfusione urgente di globuli rossi e di piastrine.

In queste condizioni ogni strada terapeutica «aggressiva» diventa un campo minato. Una coronarografia con angioplastica richiederebbe una doppia terapia antiaggregante per evitare che il nuovo stent si chiuda: ma somministrare farmaci che inibiscono le piastrine a chi ne ha 4.500 significa esporla a un'emorragia potenzialmente fatale. La chirurgia — un bypass, una riparazione della valvola — comporta sanguinamenti, trasfusioni e un rischio infettivo proibitivo in una paziente neutropenica. Ecco perché, dopo l'infarto, era stata dimessa senza coronarografia: non per disattenzione, ma perché il suo sangue non lo consentiva. È il paradosso crudele di questo caso — un cuore che chiederebbe a gran voce di essere rivascolarizzato e una valvola che chiederebbe di essere riparata, in un corpo che, per ora, proibisce entrambe le cose.

Cosa resta, allora? Resta la terapia medica, e resta la priorità delle priorità: correggere prima il sangue. Stabilizzare emoglobina e piastrine con le trasfusioni è la precondizione anche solo per prendere in considerazione qualunque procedura. Sul fronte cardiologico ho rimodulato la terapia nella direzione del controllo del sovraccarico e della protezione del ventricolo: ho introdotto un diuretico a basso dosaggio per alleggerire il volume che la valvola incompetente fa ristagnare, ho sostituito l'ACE-inibitore con un sartano — il telmisartan — che oltre a controllare la pressione ha un effetto favorevole sull'insulino-resistenza, utile in una paziente diabetica, e ho mantenuto il beta-bloccante per rallentare un cuore che, per via dell'anemia, tende a correre.

Perché serve un ricovero, e subito. Insufficienza mitralica severa di nuova insorgenza, ipertensione polmonare, esiti di un infarto non rivascolarizzato, in una paziente trasfusione-dipendente: è un quadro che impone l'ospedale. Servono una radiografia del torace per escludere un edema polmonare, uno studio coronarografico non appena le condizioni ematologiche lo permettano, e una valutazione cardiochirurgica. È una di quelle situazioni in cui il tempo lavora contro.

Cosa lascia in eredità questo caso

Tornando all'immagine da cui siamo partiti — la valvola che non si è rotta — vale la pena fissare ciò che questa storia insegna, al di là del singolo caso.

L'insufficienza mitralica funzionale è una malattia del ventricolo che indossa la maschera della valvola: per curarla davvero, quasi sempre, bisogna curare il muscolo, non soltanto l'orifizio.

È anche la dimostrazione di quanto poco basti, talvolta, a ribaltare un equilibrio. Per anni questa paziente aveva vissuto su una geometria di compensi sottile ma efficace: una coronaria chiusa e supplita da un'altra, un cuore che pompava bene, una valvola che teneva. È bastato un infarto in un punto preciso — la propaggine più lontana e più indifesa di quella rete — perché l'intera architettura cedesse, e il cedimento si propagasse dalla parete al muscolo papillare, dal muscolo papillare alla valvola, dalla valvola all'atrio, dall'atrio ai polmoni. Un effetto domino partito da pochi centimetri quadrati di muscolo.

E poi c'è la lezione più scomoda, quella che non si legge in un ecocardiogramma: il cuore non vive da solo. Qui la malattia del sangue ha plasmato ogni cosa — ha forse innescato l'infarto, ha contribuito a sollevare la pressione polmonare, e soprattutto detta i limiti di ciò che si può fare. Davanti a un'immagine così, la tentazione è inseguire il numero più drammatico, il 4 su 4, i 60 mmHg. Ma il mestiere, qui, sta nel tenere insieme il cuore e il resto del corpo, e nel ricordare che a volte la cura migliore comincia molto lontano dal cuore: da una sacca di sangue.

Fonti

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