Se dovessi indicare un solo farmaco che ha cambiato la cardiologia degli ultimi trent'anni, lo farei senza esitazione: le statine. Non perché siano un'invenzione mediatica o un'esagerazione del marketing — anzi, costano pochi centesimi al giorno e in larga parte sono fuori brevetto da decenni — ma perché esiste un corpo di prove scientifiche, accumulato su decine di studi e oltre 175.000 pazienti, che dimostra in modo inequivocabile quello che fanno. Abbassano radicalmente il rischio di infarto, di ictus e di morte per cause cardiovascolari, in persone con storia di malattia e in persone che la stanno per sviluppare senza saperlo.
Eppure le statine sono, insieme ai vaccini, il farmaco contro cui si dicono più sciocchezze nei discorsi da bar, nei gruppi WhatsApp di famiglia, nei video di YouTube che si presentano come "alternativi". "Distruggono i muscoli". "Rovinano il fegato". "Causano demenza". "Sono una macchina da soldi delle case farmaceutiche". Ogni cardiologo che lavora ha sentito tutte queste frasi, e la maggior parte di esse sono, semplicemente, sbagliate. Le smonteremo una per una con i dati alla mano.
Ma c'è una cosa ancora più importante, che pochi pazienti sanno: le statine non sono "il farmaco del colesterolo". Il colesterolo è solo uno dei loro effetti — il più visibile sulle analisi del sangue, il più facile da raccontare. Quello che fanno davvero nel corpo è molto di più, e molto più sofisticato. Lavorano sulle pareti dei vasi, spengono l'infiammazione cronica, stabilizzano le placche aterosclerotiche prima che si rompano, riducono il rischio che gli stent si richiudano, e — secondo le evidenze più recenti — possono addirittura prevenire alcune aritmie cardiache come la fibrillazione atriale. Questo articolo serve a spiegare tutto questo a chi non è medico, senza retorica e senza scorciatoie.
I numeri di un farmaco che funziona davvero
Iniziamo da un dato che dovrebbe chiudere la discussione, ma stranamente non la chiude mai. Da oltre vent'anni, una collaborazione internazionale di ricerca chiamata Cholesterol Treatment Trialists' Collaboration (CTT), con sede a Oxford, raccoglie i dati di tutti i grandi studi clinici randomizzati sulle statine fatti nel mondo. Non studi piccoli, non aneddoti, non opinioni: studi controllati con placebo, in doppio cieco, su 175.000 pazienti complessivi, seguiti per anni dopo l'inizio del trattamento. È la fotografia più nitida che abbiamo su qualsiasi farmaco cardiovascolare.
Quello che dicono questi dati è semplice e robusto:
Per ogni unità di colesterolo "cattivo" (LDL) abbassata — circa 40 mg/dL, una riduzione moderata — gli infarti scendono di oltre un quarto, gli ictus di quasi un quinto, la mortalità per cause vascolari del 12%. Questi numeri sono cumulativi e additivi: chi parte da un colesterolo molto alto e lo riduce di 80 mg/dL ottiene esattamente il doppio del beneficio. Chi lo riduce di 120 mg/dL — quello che si ottiene con una statina di alta intensità ben dosata — vede dimezzare il proprio rischio di evento cardiovascolare maggiore.
Non esiste, oggi, un altro farmaco di uso comune che abbia questa solidità statistica e questa potenza clinica. Per fare un confronto: gli omega-3 ad alto dosaggio, presi correttamente, riducono il rischio cardiovascolare di circa il 5-8%. L'aspirina a basso dosaggio in prevenzione primaria circa del 10% (e in chi non ha precedenti cardiovascolari il rapporto rischio/beneficio è discutibile, per via dei sanguinamenti). Le statine, in confronto, sono di un'altra categoria.
C'è poi un dato che andrebbe stampato in ogni studio medico: l'effetto delle statine sulla mortalità non si limita ai pazienti già infartuati. Lo studio JUPITER, pubblicato nel 2008 sul New England Journal of Medicine, ha randomizzato 17.802 persone sostanzialmente sane — colesterolo nella norma, nessuna storia di malattia cardiovascolare — ma con un marker infiammatorio del sangue (la proteina C-reattiva ad alta sensibilità) leggermente elevato. La metà ha ricevuto una statina, l'altra metà placebo. Il trial è stato interrotto prematuramente per eccesso di benefici nel gruppo statina: -54% di infarti, -48% di ictus, -47% di necessità di rivascolarizzazione. In persone che, sulla carta, non avrebbero "dovuto" averne bisogno.
JUPITER è il punto in cui la cardiologia ha capito definitivamente una cosa: le statine non agiscono solo sul colesterolo. Lavorano anche sull'infiammazione. E l'infiammazione, come stiamo per vedere, è il vero motore silenzioso di gran parte delle malattie cardiovascolari.
Cosa fanno le statine, in parole semplici
Per capire perché le statine fanno così tante cose diverse insieme, bisogna fare un passo indietro nella biochimica del corpo. Niente di complicato: solo un'idea — la via del mevalonato.
Il fegato umano produce ogni giorno il proprio colesterolo. Lo fa partendo da una piccola molecola chiamata HMG-CoA, attraverso una serie di passaggi biochimici come una catena di montaggio. Il primo e più importante è governato da un enzima dal nome impossibile (HMG-CoA reduttasi), che trasforma l'HMG-CoA in una molecola chiamata mevalonato. Dal mevalonato in poi si producono, in cascata, decine di sostanze diverse — non solo il colesterolo, ma anche molecole essenziali per regolare il funzionamento delle cellule dei vasi sanguigni.
Le statine fanno una cosa sola, ma la fanno benissimo: bloccano quel primo passaggio. Mettono una diga sul fiume biochimico, prima ancora che inizi a scorrere.
Questa è la prima sorpresa che la cardiologia ha avuto negli anni '90: il colesterolo è solo uno dei prodotti di quella cascata. Bloccare l'HMG-CoA reduttasi significa anche ridurre la produzione di altre molecole — gli isoprenoidi, le proteine GTPasi della famiglia Rho, alcuni componenti delle membrane cellulari. E queste molecole, scopriamo, hanno un ruolo cruciale nel mantenere "sano" il rivestimento interno dei nostri vasi sanguigni.
Da qui nasce il concetto di effetti pleiotropici: dal greco pleios (molti) e tropos (modi). Una statina blocca un solo punto, ma produce molti effetti contemporaneamente. È come spegnere un interruttore generale: si fermano insieme l'illuminazione, l'aria condizionata, gli elettrodomestici. Il farmaco è uno, gli effetti benefici sono cinque o sei contemporaneamente.
La cosa più affascinante, e che è stata una delle scoperte più importanti della cardiologia degli ultimi vent'anni, è che il 70% del beneficio delle statine non viene dall'abbassamento del colesterolo. Gli studi di Liao e altri pubblicati su Circulation hanno stimato che la riduzione dell'LDL spiega solo circa il 30% degli infarti evitati. Il resto — la maggior parte — viene dagli effetti pleiotropici. È questa la ragione per cui le statine funzionano anche in pazienti con colesterolo "normale", come ha mostrato JUPITER.
I cinque effetti pleiotropici, uno per uno
Vediamoli adesso uno per uno, con un'idea concreta di cosa fanno e perché contano.
1. L'endotelio: la "vernice interna" dei vasi che le statine ripristinano
Le arterie del nostro corpo non sono semplici tubi. L'interno di ogni vaso sanguigno è rivestito da un singolo strato di cellule chiamato endotelio, e questo strato non è passivo: produce attivamente sostanze che regolano se il sangue scorre liscio o si forma un coagulo, se il vaso si dilata o si restringe, se l'infiammazione si attiva o si spegne. L'endotelio è, letteralmente, l'organo più grande del corpo per superficie, ed è anche il primo a soffrire quando qualcosa va storto: colesterolo alto, ipertensione, diabete, fumo, infiammazione cronica.
La sostanza chiave che l'endotelio produce si chiama ossido nitrico (NO). È una molecola minuscola, di tre soli atomi, ma fa cose enormi: rilassa la parete arteriosa, impedisce alle piastrine di attaccarsi, blocca l'infiammazione, frena la proliferazione delle cellule muscolari del vaso. Quando l'endotelio è sano produce molto NO. Quando è malato ne produce poco, ed è da quel momento che inizia, silenziosamente, l'aterosclerosi.
Le statine, attraverso la via del mevalonato che abbiamo visto sopra, agiscono direttamente sull'enzima che produce l'ossido nitrico (eNOS): ne aumentano l'espressione, ne stabilizzano l'RNA messaggero, ne migliorano l'attività. Studi clinici hanno mostrato un miglioramento misurabile della funzione endoteliale entro 6-12 settimane dall'inizio della terapia, ben prima che il colesterolo abbia il tempo di scendere significativamente. Le statine "ridanno fiato" all'endotelio, e questo è uno dei loro meccanismi di azione più potenti.
2. L'effetto anti-infiammatorio: spegnere l'incendio cronico
Per decenni abbiamo pensato all'aterosclerosi come a un problema "meccanico" di accumulo del colesterolo nelle pareti delle arterie. Oggi sappiamo che è qualcosa di profondamente diverso: è una malattia infiammatoria cronica, in cui il colesterolo è un partecipante ma non l'unico protagonista. Quando il colesterolo LDL si infiltra nella parete del vaso e si ossida, scatena una risposta infiammatoria che recluta globuli bianchi, attiva le piastrine, produce citochine come l'interleuchina-6 e il TNF-alfa, e in ultimo provoca quella reazione di basso grado ma cronica che è il vero motore della malattia cardiovascolare.
Il marcatore più semplice di questa infiammazione è la proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hs-CRP), una proteina del sangue prodotta dal fegato in risposta all'infiammazione sistemica. Più è alta in modo cronico, più è alto il rischio cardiovascolare — anche a parità di colesterolo. Le statine, sorprendentemente, riducono la hs-CRP indipendentemente da quanto riducono il colesterolo. Una statina ad alta intensità abbassa la hs-CRP del 30-40% nel giro di poche settimane. È esattamente questo effetto che ha fatto la differenza nello studio JUPITER.
L'anti-infiammazione delle statine ha conseguenze cliniche misurabili: meno rotture di placca, meno trombi, meno eventi cardiovascolari acuti. Ed è anche, come vedremo, alla base del loro effetto sulla fibrillazione atriale.
3. L'effetto anti-ossidante: i radicali liberi
Quando l'LDL si infiltra nella parete dei vasi, non resta lì in forma "neutra". Viene attaccata dai cosiddetti radicali liberi — molecole molto reattive prodotte normalmente dal metabolismo — e si trasforma in LDL ossidato. È l'LDL ossidato, non quello "fresco", a essere veramente pericoloso: viene riconosciuto dai macrofagi del sistema immunitario, che lo divorano fino a trasformarsi in "cellule schiumose", il primo segnale visibile al microscopio dell'aterosclerosi iniziale.
Le statine riducono direttamente la produzione di radicali liberi nei vasi e nei macrofagi, e proteggono l'LDL dall'ossidazione. È un altro punto in cui l'effetto sul colesterolo "circolante" si combina con un effetto sul colesterolo "che entra nelle pareti": meno LDL totale, e quel che c'è ossida meno facilmente.
4. La stabilizzazione della placca: trasformare una bomba in un sasso
Questo è probabilmente l'effetto più drammatico e meno noto al pubblico. Le placche aterosclerotiche non sono tutte uguali. Alcune sono "stabili": hanno una capsula fibrosa spessa, poche cellule infiammatorie all'interno, un nucleo lipidico piccolo. Possono restringere l'arteria, dare angina da sforzo, ma raramente si rompono. Altre, definite vulnerabili, hanno una capsula sottile come la pellicola di un palloncino, un grande nucleo lipidico, molte cellule infiammatorie attive. Sono queste che si rompono — improvvisamente, spesso senza preavviso — causando l'infarto.
Le statine non sciolgono le placche già formate (per quello servono molti anni di terapia con LDL molto basso, e anche allora la regressione è modesta). Quello che fanno, e che è dimostrato in studi con imaging coronarico intravascolare, è trasformare le placche vulnerabili in placche stabili: ne riducono l'infiltrato infiammatorio, ne ispessiscono la capsula fibrosa, ne riducono il volume del nucleo lipidico. In altre parole, le statine non eliminano la malattia, ma la rendono cronicamente meno pericolosa. Una placca stabile può convivere con il paziente per decenni senza dare problemi acuti. Una placca vulnerabile può ucciderlo nel giro di un'ora.
5. L'effetto anti-trombotico: meno coaguli
Infine, le statine riducono la tendenza del sangue a coagulare. Lo fanno in modo modesto rispetto all'aspirina o agli anticoagulanti veri, ma in modo misurabile: riducono il fattore tessutale (la sostanza che innesca la cascata della coagulazione quando una placca si rompe), diminuiscono l'attivazione delle piastrine, migliorano l'equilibrio tra le sostanze che favoriscono e quelle che inibiscono i coaguli. È un'aggiunta, non una sostituzione, all'effetto degli antiaggreganti — ma in pazienti con malattia coronarica significa avere un margine di sicurezza in più.
Lo stent: perché le statine sono fondamentali dopo l'angioplastica
Quando un paziente ha un'angioplastica coronarica con impianto di stent (PCI, Percutaneous Coronary Intervention), entra in una fase delicata della sua storia clinica. Lo stent è un piccolo cilindro di metallo, di solito ricoperto di un farmaco che rilascia lentamente molecole anti-proliferative (i cosiddetti drug-eluting stents). Risolve il problema acuto — riapre l'arteria chiusa o subocclusa — ma introduce due problemi nuovi: la trombosi intra-stent e la restenosi.
La trombosi intra-stent è la formazione di un coagulo improvviso dentro lo stent, di solito nei primi mesi dopo la procedura. È rara ma letale: la mortalità a 5 anni dopo una trombosi di stent è paragonabile a quella di un infarto STEMI grande. Per prevenirla i pazienti prendono antiaggreganti (aspirina + un secondo antiaggregante come ticagrelor o prasugrel) per almeno 6-12 mesi.
La restenosi è invece un processo più subdolo: la parete dell'arteria, "irritata" dallo stent, reagisce producendo nuove cellule muscolari e tessuto cicatriziale che cresce all'interno dello stent. Negli stent metallici nudi accadeva fino al 30% delle volte. Con i moderni drug-eluting stents l'incidenza è scesa al 5-10%, ma resta un problema clinicamente rilevante.
Le statine intervengono su entrambi questi processi. L'effetto sull'endotelio aiuta lo stent a "rivestirsi" più rapidamente di tessuto sano (il processo si chiama endotelizzazione), riducendo il periodo in cui la superficie metallica è esposta al sangue e quindi trombogenica. L'effetto anti-infiammatorio attenua la reazione di crescita patologica del tessuto attorno alle maglie dello stent, riducendo la restenosi. L'effetto antiossidante e stabilizzante protegge le placche vicine — quelle che non sono state trattate con angioplastica ma che restano nel circolo coronarico.
Il risultato si vede nei numeri:
I dati provengono da uno studio di coorte pubblicato nel 2025 su pazienti sottoposti a bypass aortocoronarico, ma il pattern è identico in praticamente tutti gli studi su PCI. I pazienti che non prendono statine hanno il doppio degli eventi cardiovascolari rispetto a quelli che le prendono ad alta intensità. È una differenza enorme — talmente enorme che oggi non prescrivere una statina dopo un'angioplastica viene considerato un errore clinico, salvo controindicazioni specifiche.
Esiste poi un effetto particolare e poco conosciuto: il pretrattamento con statine prima della PCI. Una meta-analisi di 24 studi randomizzati ha mostrato che dare una dose alta di statina nelle 24-48 ore prima dell'angioplastica riduce significativamente il rischio di "infarto periprocedurale" (un piccolo danno miocardico che a volte si verifica durante la procedura), specialmente nei pazienti con sindrome coronarica acuta. È una pratica ormai standard nei centri di emodinamica più avanzati.
Statine e ritmo cardiaco: l'effetto sulle aritmie
L'idea che le statine possano avere un effetto anti-aritmico è relativamente recente, e nasce esattamente dal ragionamento che abbiamo seguito finora. Se le aritmie atriali — come la fibrillazione atriale — sono in larga parte mediate da infiammazione e fibrosi del muscolo cardiaco, e se le statine spengono l'infiammazione sistemica, allora dovrebbero ridurre anche l'incidenza di fibrillazione atriale. Quod erat demonstrandum: i dati lo mostrano, anche se con sfumature.
L'evidenza più solida viene dal mondo della cardiochirurgia. Dopo un intervento di bypass o sostituzione valvolare, circa il 30-40% dei pazienti sviluppa fibrillazione atriale nei giorni successivi — la cosiddetta POAF (Post-Operative Atrial Fibrillation), che è uno dei principali motivi di prolungamento del ricovero. Le meta-analisi degli anni 2010-2015 hanno mostrato che i pazienti pretrattati con statine nei giorni precedenti l'intervento avevano circa il 50% in meno di episodi di POAF: dal 36% al 19%, in un'ampia revisione di 11 studi randomizzati pubblicata sull'European Heart Journal. Studi successivi più rigorosi hanno ridimensionato un po' l'effetto — il segnale si è indebolito quando si sono escluse le ricerche di qualità minore — ma il principio biologico resta chiaro: meno infiammazione, meno fibrillazione.
L'effetto è probabilmente più rilevante in alcuni contesti specifici: dopo cardiochirurgia, dopo ablazione di FA per ridurre le recidive, in pazienti con scompenso cardiaco e atrio sinistro dilatato. Negli studi su FA "primaria" — quella che insorge in un paziente senza precedenti di malattia cardiaca strutturale — l'effetto è meno netto. Ma in cardiologia clinica oggi, soprattutto nei pazienti con coronaropatia e FA parossistica, la statina viene considerata anche per il suo profilo anti-aritmico modesto ma reale, oltre che per i suoi effetti cardiovascolari classici.
La verità sulle statine è semplice ma controintuitiva: non sono "il farmaco del colesterolo". Sono il farmaco dell'infiammazione vascolare e dell'endotelio, e abbassano il colesterolo come effetto collaterale del loro meccanismo principale. È questa l'inversione di prospettiva che spiega perché funzionano così bene anche in chi ha valori lipidici nella norma.
I miti da smontare
Arriviamo adesso alla parte che, ne sono certo, è quella che molti lettori stanno aspettando. Le statine sono oggetto di una mitologia popolare che mescola un fondo di verità con un'enorme dose di esagerazione, complottismo e disinformazione. Vediamola pezzo per pezzo, con i dati alla mano.
"Le statine causano dolori muscolari tremendi"
Questo è il mito numero uno. Praticamente ogni paziente che inizia una statina arriva alla visita successiva chiedendo se quel dolore al polpaccio o quella debolezza alla coscia siano colpa del farmaco. La risposta, supportata da uno dei più eleganti studi clinici della cardiologia recente, è: quasi sempre, no.
Nel 2020 è stato pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology il trial SAMSON (Self-Assessment Method for Statin Side-effects Or Nocebo). Sessanta pazienti che avevano sospeso la statina lamentando effetti collaterali muscolari sono stati randomizzati, in doppio cieco, ad alternare tre regimi nell'arco di 12 mesi: quattro mesi di statina vera, quattro mesi di pillola placebo identica, quattro mesi di niente. Né loro né i ricercatori sapevano quale fosse quale, fino alla fine.
I risultati hanno fatto scuola:
L'intensità dei sintomi muscolari quando i pazienti prendevano la statina era di 16,3 su una scala da 0 a 100. Quando prendevano il placebo era di 15,4. Quando non prendevano niente era di 8,0. La differenza tra statina e placebo era statisticamente trascurabile. La differenza tra "prendere una pillola qualsiasi" e "non prendere niente" era invece netta.
Tradotto in linguaggio comune: il 90% dei dolori muscolari che i pazienti attribuiscono alle statine sono in realtà l'effetto del prendere una pillola — qualunque pillola, anche una di zucchero. Si chiama effetto nocebo, il cugino malvagio dell'effetto placebo: quando ti aspetti un sintomo, il tuo cervello lo produce davvero. Non stai mentendo, non sei un ipocondriaco — il sintomo c'è, ma non è colpa del farmaco.
Una revisione internazionale del 2022 sul Journal of Cachexia, Sarcopenia and Muscle ha stimato che la vera intolleranza alle statine — quella in cui il farmaco causa effettivamente miopatia documentabile con esami del sangue — è del 3-5% dei pazienti, non del 30% come si dice in giro. E anche di questo 3-5%, una buona parte risolve cambiando statina, cambiando dose, o usando una formulazione a giorni alterni.
Lo stesso fenomeno è dimostrato in modo schiacciante dallo studio ASCOT-LLA: quando i pazienti erano in fase doppio-cieca dello studio (senza sapere se prendevano statina o placebo), i sintomi muscolari erano identici nei due gruppi. Quando lo studio è terminato e tutti sapevano di essere passati a statina vera (fase open-label), i sintomi muscolari nel gruppo statina sono improvvisamente aumentati. La differenza, ovviamente, non era nel farmaco — era nella loro testa.
"Le statine distruggono il fegato"
Questo è un altro classico, e ha un'origine storica: nei primi studi degli anni '80, una piccola percentuale di pazienti mostrava un aumento delle transaminasi (gli enzimi epatici nel sangue). Da lì è nata l'idea che le statine "facciano male al fegato".
I dati moderni dicono tutt'altro. Un rialzo significativo delle transaminasi (oltre 3 volte il limite normale) si verifica in meno dell'1% dei pazienti che prendono statine, di solito nei primi mesi, e regredisce nel 90% dei casi sospendendo o riducendo il farmaco. Il danno epatico vero e proprio — l'insufficienza epatica clinica da statine — è così raro che la FDA americana, nel 2012, ha tolto la raccomandazione di monitoraggio sistematico delle transaminasi nei pazienti in terapia con statine. Non perché non sia mai successo, ma perché la sua incidenza è inferiore a quella di molti farmaci da banco — incluso il paracetamolo.
Aggiungo un dato controintuitivo: le statine sono protettive in molte malattie epatiche croniche, tra cui la steatosi epatica non alcolica (NAFLD, oggi nota come MASLD), che è il problema epatico più comune negli adulti in sovrappeso. Diversi studi hanno mostrato che i pazienti con steatosi epatica che prendono statine hanno una progressione più lenta della malattia e un minore rischio di evolvere verso steatoepatite o cirrosi.
"Le statine causano il diabete"
Questo non è del tutto un mito — c'è un fondo di verità che vale la pena spiegare onestamente. Diverse meta-analisi hanno mostrato che le statine aumentano il rischio di sviluppare diabete di tipo 2 di circa il 9-12%, soprattutto in pazienti che hanno già fattori di rischio metabolico (sovrappeso, glicemia a digiuno borderline, sindrome metabolica). L'effetto è dose-dipendente: è più alto con le statine ad alta intensità (atorvastatina 80 mg, rosuvastatina 40 mg) e più basso con quelle a intensità moderata.
Ma — e questo è il punto cruciale — bisogna chiedersi quanto conta questo aumento di rischio rispetto al beneficio. Le stime sono le seguenti: per ogni 255 pazienti trattati con una statina ad alta intensità per quattro anni, si verifica 1 caso aggiuntivo di diabete. Nello stesso tempo, però, si prevengono 5,4 eventi cardiovascolari maggiori. Il rapporto rischio/beneficio è schiacciante: ogni caso di diabete "in più" è ampiamente compensato da 5 infarti o ictus risparmiati.
C'è di più: il diabete che si sviluppa nei pazienti in terapia con statine sembra essere meno aggressivo in termini cardiovascolari rispetto al diabete che si sviluppa "naturalmente" — probabilmente proprio perché le statine continuano a proteggere il vaso sanguigno indipendentemente dal controllo glicemico. Il paziente diabetico in terapia con statina ha un rischio cardiovascolare inferiore al paziente non diabetico senza statina, a parità di altri fattori.
"Le statine causano demenza e perdita di memoria"
Questo mito è stato spazzato via in modo abbastanza definitivo. Tra il 2008 e il 2012 erano emerse segnalazioni post-marketing di possibili effetti cognitivi delle statine — alcuni pazienti riportavano "annebbiamento mentale". La FDA aveva inserito un warning sull'etichetta. Ma quando si sono fatti studi controllati prospettici, l'associazione è svanita. Le revisioni sistematiche degli ultimi dieci anni non trovano un aumento di rischio di demenza nei pazienti che prendono statine; anzi, alcune meta-analisi suggeriscono un effetto modestamente protettivo, probabilmente perché le statine riducono anche gli ictus subclinici (mini-ischemie cerebrali silenti) che con il tempo contribuiscono al deterioramento cognitivo. La FDA ha poi rimosso il warning specifico sulla cognizione.
"Sono solo una macchina da soldi di Big Pharma"
Questo è il mito più facile da smontare, perché basta guardare i prezzi. Le statine più prescritte oggi — atorvastatina, rosuvastatina, simvastatina — sono fuori brevetto da oltre dieci anni. Una scatola di atorvastatina generica costa in Italia circa 3-5 euro al mese, e il sistema sanitario nazionale la passa gratuitamente alla maggior parte dei pazienti che ne hanno indicazione. Non c'è alcun grande margine economico nel prescrivere statine. I farmaci nuovi che generano i veri profitti per le case farmaceutiche sono altri — gli inibitori di PCSK9, i farmaci per il diabete come gli SGLT2-inibitori, gli anticorpi monoclonali. Le statine sono ormai un farmaco di base, come l'aspirina.
Il vero scandalo, semmai, è quante poche statine si prescrivono rispetto a quante ne servirebbero. Stime europee suggeriscono che circa il 40% dei pazienti con indicazione formale a una statina o non la riceve o la sospende per sua iniziativa, spesso dopo aver letto disinformazione online. Questo, paradossalmente, è la vera spesa che il sistema sanitario sostiene — in infarti e ictus che si potevano evitare.
Chi dovrebbe prendere una statina
Non tutti, sia chiaro. La decisione spetta al cardiologo o al medico curante, sulla base del rischio cardiovascolare individuale calcolato con strumenti validati (in Europa si usa lo SCORE2, negli Stati Uniti il Pooled Cohort Equations).
Le indicazioni assolute, su cui non c'è dibattito, sono tre:
- Tutti i pazienti con storia di evento cardiovascolare: infarto, ictus ischemico, angioplastica con stent, bypass, arteriopatia periferica significativa. In prevenzione secondaria, le statine ad alta intensità sono praticamente sempre indicate, con obiettivi di LDL molto bassi (sotto 55 mg/dL secondo le linee guida ESC 2019, sotto 70 mg/dL secondo quelle americane).
- Pazienti con LDL molto elevato, sopra 190 mg/dL: si tratta tipicamente di soggetti con ipercolesterolemia familiare, una malattia genetica che predispone all'aterosclerosi precoce. In questi casi la statina serve già dall'adolescenza.
- Pazienti diabetici sopra i 40 anni con altri fattori di rischio: in pratica, la quasi totalità dei diabetici di tipo 2 di mezza età.
Per la prevenzione primaria — cioè per persone senza eventi pregressi ma con fattori di rischio — la decisione è più individualizzata. Si calcola il rischio cardiovascolare a 10 anni e, sopra una certa soglia (in Europa: rischio alto o molto alto, sopra il 7,5% di morte CV a 10 anni), si propone una statina. È un calcolo che fa il medico, non un parametro da decidere da soli con Google.
Cosa fare se sei già in terapia o stai per iniziarla
Alcuni punti pratici hanno senso, e li riassumo per chi sta leggendo come paziente o come parente di paziente.
Non sospendere mai una statina senza parlare con il tuo cardiologo, soprattutto se ti è stata prescritta dopo un evento (infarto, ictus, stent). Il rischio di rebound — ovvero di un rapido peggioramento clinico nelle settimane successive alla sospensione — è ben documentato e potenzialmente serio.
Se senti dolori muscolari o stanchezza inusuale nelle prime settimane di terapia, parlane con il medico ma non interrompere autonomamente. Spesso il problema si risolve aspettando qualche settimana (l'organismo si abitua), o cambiando molecola, o riducendo temporaneamente la dose. La gestione delle "intolleranze" è oggi un'arte clinica raffinata: ci sono protocolli specifici per re-introdurre la statina in chi credeva di non tollerarla.
Se sviluppi un rialzo significativo delle transaminasi, il medico le ricontrollerà a 2-4 settimane: nella stragrande maggioranza dei casi, tornano normali da sole, anche continuando il farmaco.
Se hai un familiare con storia di infarto precoce — sotto i 55 anni nell'uomo, sotto i 65 nella donna — vale la pena fare un controllo del profilo lipidico in tutti i parenti di primo grado, perché potrebbe esserci una predisposizione familiare che vale la pena identificare prima.
La cosa più ironica, dopo trent'anni di pratica clinica, è che il vero problema delle statine non è quello che fanno: è la nostra resistenza culturale a prenderle. Il farmaco funziona meglio in chi lo prende — e nessuno lo prende abbastanza a lungo.
Per chiudere: se sei un paziente, ricorda che la cardiologia degli ultimi quarant'anni ha cambiato radicalmente la prognosi delle malattie cardiovascolari, e una delle ragioni principali sono le statine. Hanno preso un farmaco nato per abbassare il colesterolo e si sono rivelate molto di più: un trattamento integrato per la salute dell'endotelio, per spegnere l'infiammazione cronica, per stabilizzare le placche, per proteggere gli stent, per ridurre le aritmie. Costano pochi centesimi al giorno, vengono passate dal sistema sanitario, e funzionano. È raro, in medicina, avere a disposizione qualcosa di così buono.
La prossima volta che senti qualcuno dire che le statine fanno più male che bene, ricorda i numeri di questo articolo. Non lo sta dicendo perché ha studiato la letteratura. Lo sta dicendo perché ha letto un post su Facebook. E le due cose, per fortuna, non sono ancora la stessa cosa.
Fonti
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- Oesterle A, Laufs U, Liao JK. Pleiotropic effects of statins on the cardiovascular system. Circulation Research, 2017; 120: 229-243.
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